Storia della città di Sant’Omero

Sant’Omero è un comune di 5082 abitanti della provincia di Teramo in Abruzzo, ed è uno dei 12 comuni appartenenti all’unione dei comuni Città Territorio Val Vibrata.

E’ tra le località più antiche della zona ed anche tra le più importanti. Sorge su una lussureggiante collina verde, spartiacque tra i due fiumi, Vibrata da un lato e Salinello dall’altro. A 209 mt sul livello del mare e a circa 27 km. da Teramo.

La storia di Sant’Omero ha radici antichissime, che si allungano fino all’età preistorica, infatti le prime testimonianze di civiltà nella zona, risalgono proprio a quel periodo. Notevoli sono i luoghi storico-turistici da visitare, e molte le attività di carattere familiare, che offrono ristoro ai turisti.
Le sue origini, forse tra le più antiche della vallata del fiume Vibrata, si hanno grazie ad un ritrovamento di una iscrizione Sabellica su un cono di arenaria, il cosiddetto Cippo Italico, ritrovato nel 1843 proprio sui Colli di Sant’ Omero e ora conservato al museo civico di Teramo, ed alla presenza di strane e misteriose costruzioni che tutti chiamano cisterne, ma il cui esatto uso non è stato ancora accertato.

In epoca romana il territorio ebbe un periodo di grande floridezza grazie all’insediamento di varie famiglie nobili, con l’edificazione di due grossi agglomerati: Castrum Rufi (i cui resti sono ancora oggi visibili) con i possedimenti di Lucio Tario Rufo da cui deriva il toponimo dell’attuale frazione di Garrufo e Vicus Stramentarius.

Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente i barbari invadono anche questa vallata. Per le continue pressioni dovute ai vari saccheggi, le miti e laboriose genti della Valle trovarono più opportuno spostarsi in terre più riparate e meno esposte alle incursioni. Fu così che gente di Vico lasciando la cittadina semi distrutta, si andò a poco a poco annucleando attorno ad un castello, costruito come primo baluardo di difesa su una collina vicina che prese il nome di Sant’Imerio.Sant’Omero

La prima notizia storica su Sant’Omero si ha nel 1154 quando la cittadina appare come un centro feudale di una certa importanza, fu feudo di Gualtiero di Rinaldo e possedimento degli Acquaviva di Atri dal 1382 al 1639.

Antonio Acquaviva ne ereditò il feudo dal padre Rinaldo e portò a compimento la strategia di aggregazione dei beni feudali della famiglia apportando ai feudi di Sant’Omero, San Flaviano, Musianum e Bellante di parte materna, quelli di Atri, Montepagano, Morro, Terra Cordesca ed Atri. Tra le teorie delle
origini della famiglia Acquaviva, infatti, Sant’Omero risulta avere una notevole importanza. Alcuni storici attribuiscono ad una frazione Acquaviva di Sant’Omero, abitata nell’alto medioevo, le origini della famiglia. Tale teoria è corroborata dal fatto che parti di Sant’Omero figurano possessi di membri della famiglia Acquaviva già nella Rassegna Feudale Normanna e confermata da quella angioina del 1279. Le altre due teorie delle origini della famiglia Acquaviva si rifanno alle frazioni di Acquaviva di Atri e ad Acquaviva tra i possedimenti della famiglia Pagliara o Palleara di Isola e della Valle Siciliana.

A Sant’Omero come in tutti i feudi gli Acquaviva organizzarono le difese con cinta murarie imponenti ed il castello, che divenne anche luogo di residenza della famiglia nei periodi in cui questi si recavano nei possedimenti tra il fiume Salinello e Vibrata. Il castello fu poi ristrutturato in epoca rinascimentale e divenne residenza dei Mendoza, dopo che i Marchesi della Valle Siciliana furono nominati governatori d’Abruzzo Ultra, anche grazie alla volontà degli Acquaviva, dal Viceré spagnolo di Napoli. Fin dai primi decenni del ‘500, come premio dell’imperatore Carlo V a Hernando de Alarcón per essere riuscito a prendere prigioniero il re di Francia Francesco I, la famiglia deteneva il marchesato della Valle Siciliana, ovvero l’alta valle del fiume Mavone, che va dalle pendici del Gran Sasso alla media e bassa collina del teramano.

Nel 1623, l’allora marchese Ferdinando Francesco de Alarcón y Mendoza assegnò ad Alvaro, figlio cadetto destinato alla carriera ecclesiastica, la titolarità dei beni ecclesiastici della Valle Siciliana. Don Alvaro si trasferì così da Napoli e risiedette stabilmente a Tossicia per sedici anni, gestendo le attività economiche del marchesato. Il 6 aprile 1639, Don Alvaro acquistò i feudi di Sant’Omero e Poggio Morello per la somma di 24.000 ducati da Francesco Filomarino, figlio di Dorotea Acquaviva e trasferì la propria residenza a Sant’Omero e le sue attività economiche in Val Vibrata e Val Salinello.
Mediante un’oculata amministrazione del patrimonio, riuscì a conservare e ad accrescere il suo possesso attraverso l’acquisto del feudo di Canzano nel 1651 e di altre proprietà di natura non feudale come masserie, mulini e terreni nell’intera Val Vibrata, acquistando le proprietà che erano degli Acquaviva e che questi, vista la loro espansione a Roma e presso la corona a Napoli, andavano via via cedendo in suffeudi. Con l’estinzione della famiglia Acquaviva d’Atri nel 1760 e con quella dei Mendoza, i territori di Sant’Omero passarono sotto la gestione di Gianberardino Delfico che era Governatore degli Stati Allodiali
d’Atri, dipendenti dalla Regia Camera della Sommaria e quindi direttamente dalla Corona di Napoli. Fino al 1860 era quindi parte integrante del territorio del Regno delle Due Sicilie, per passare poi al Regno d’Italia.

Nel centro storico di Sant’Omero si stagliano resti del borgo medievale e del castello medievale, che necessitano di ristrutturazione. Arroccato come molti altri centri abruzzesi attorno al castello, immediatamente fuori dal borgo medievale si trova una villa del periodo settecentesco, ristrutturata a fine
Ottocento con un imponente giardino, oggi abbandonata.
Nel centro abitato si segnala la chiesa barocca di Sant’Antonio Abate.